ILIDE Design Contest
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Scegliamo di rispondere alla crisi con le idee, scegliamo di fondare una nuova azienda incentrata sulla Creatività e il Design, scegliamo di chiamarci ILIDE – italian light design, associando ad un nome di assonanza Italiana un significato internazionale, per dire chi siamo e dove vogliamo andare…
ILIDE è il nome di una nuova azienda che si occuperà di luci, allestimenti e oggetti d’arredo. La sua nascita è guidata dalla sinergia di aziende e professionisti e si prepara a realizzare la sua prima collezione per l’anno 2011/2012.
ILIDE nasce con una forte identità e una precisa volontà; individuare la realtà del design Italiano riscoprendo le maestrie del nostro territorio.
Vogliamo generare prodotti unici, non solo grazie al nome di chi li disegna, ma anche e sopratutto grazie alla cultura e alla tradizione artigianale che li sosterranno. Cultura e tradizione che devono essere cercate e riscoperte sul territorio Italiano, come parte integrante del lavoro di Design a cui siamo interessati.
Per Nascere ILIDE ha bisogno di Idee e creativi di ogni astrazione, culturale o professionale, che vogliano cimentarsi con noi in questo progetto per diventare Designer di riferimento ora e nel futuro. Cerchiamo Persone mosse da una sana passione per la funzionalità e la bellezza delle cose, espressione del genio umano e della maestria Italiana. Soggetti giovani o professionisti di ogni età, che non cerchino solo un premio o una copertina, ma un’azienda vera che voglia investire sulle loro idee per renderle materia.
Partecipare all’ILIDE DESIGN CONTEST significa investire su chi lavorerà con voi, garantiamo alle persone selezionate contratti professionali di collaborazione e sviluppo per gli anni a venire.
Aiutaci a diffondere l’iniziativa, scarica, stampa e affiggi la locandina del bando nella tua città, nelle scuole, nei centri o nelle associazioni dove creativi di ogni età e formazione potrebbero esserne interessati.
Download Locandina ILI-DE-SIGN-CONTEST-2010 (pdf)
Download ILIDE – DESIGN CONTEST 2010
download JPG alta risoluzione (300 dpi) / download EPS vettoriale
Modulo A (pdf) / Modulo B (pdf) / Doc. Made in Italy (pdf)
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Design Scuola Territorio – Spadolini M. Benedetta (Editore Alinea)
Esiste una specificità disciplinare del disegno industriale nei confronti del tema dello sviluppo locale e più in particolare della valorizzazione dei territori mediterranei rispetto ad altri approcci disciplinari e rispetto ad altre culture? Esistono nuove e più proficue modalità di connessione tra design ed economie locali? Ciò ha progressivamente portato ad esplorare un campo inedito per il design, almeno fino a pochi anni fa, ovvero quello di un design generatore e catalizzatore di competenze, strumenti, metodologie capaci d’indicare nuove soluzioni possibili (e sostenibili) di sviluppo per le economie locali. |
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La luce italiana. Design delle lampade 1945-2000 (Bassi Alberto – Mondadori Electa)
Il libro vuole colmare una lacuna nella riflessione storico-critica sul “design della luce”. Le lampade italiane sono fra i prodotti di design più conosciuti nel mondo: progettisti come i fratelli Castiglioni, Vico Magistretti, Gino Sarfatti e Pietro Chiesa, aziende come Artemide, Flos, Fontana Arte e Luceplan hanno fornito un importante contributo all’affermazione internazionale del design italiano. |
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Design in Italia. Dietro le quinte dell’industria (Casciani Stefano – 5 Continents Editions)
Qual è il vero volto del design in Italia? Quello già conosciuto e ormai famoso dei grandi designer italiani? Quello dei tanti prodotti che hanno creato l’immagine del Made in Italy nel mondo? O non piuttosto la presenza fisica di centinaia di imprenditori che, a partire dagli anni Cinquanta, hanno creduto e investito in prima persona nei valori della creatività e del progetto? Questo libro pubblicato da 5 Continents Editions propone un’ipotesi radicale: senza questi imprenditori, il design italiano sarebbe stato molto diverso, o non sarebbe stato affatto. |
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Che cos’è il Design Italiano? (Anicchiarico Silvana – Mondadori Electa)
L’uomo per capire le cose, comincia dandogli un nome. Design deriva da disegno, etimologicamente “de signo”, sul segno. L’origine latina del termine richiama il progetto e la cultura del progetto: quel segno che gli esseri umani tracciano per dare forma alle proprie idee. Attraverso il segno l’homo designer esprime la propria visione del mondo, cercando soluzioni originali ai problemi della realtà, incrociando funzionalità ed estetica, arte e artigianalità, produzione e commercio. |
Material ConneXion promuove la creazione di contatti tra i produttori di materiali e i potenziali utilizzatori (aziende, designer, architetti, studenti,…) che spesso non hanno il tempo e le risorse per svolgere approfondite ricerche sul mercato per trovare le giuste soluzioni materiche per i loro progetti.
MATREC (Material Recycling) è la prima banca dati italiana gratuita di eco-design dedicata ai materiali riciclati e al loro impiego nel mondo della produzione e del design.
Sito di riferimento per la ricerca di brevetti italiani dal 1980 ad oggi
Un partecipante ci ha chiesto di indicare uno o più nomi di Designer noti, che a nostro avviso abbiano lavorato producendo “vero MADE IN ITALY” come da noi inteso.
Inizialmente non ritenevamo corretto influenzare i lavori dei partecipanti con tali suggerimenti, tanti e tali sono i designer Italiani che meriterebbero di essere menzionati. Pensandoci bene però riteniamo che il nome di Angelo Mangiarotti valga la pena farlo. Con particolare riferimento alla produzione SKIPPER e DANESE che realizzo tra gli anni 70 e 90, coinvolgendo nei suoi prodotti artigianato italiano di vari settori: Marmisti, Vetrai, Fonderie artistiche, Ceramisti, Falegnami ecc… in un trionfo di sinergie e valori destinati a produrre oggetti senza tempo.
Molti altri nomi dovrebbero essere fatti, ma ognuno può trovare nella sua formazione ed esperienza i riferimenti che cerca.
Alcuni partecipanti ci hanno chiesto di chiarire meglio il valore “made in Italy” che richiediamo. Al di la delle indicazioni riportate nel bando (sempre valide), crediamo sia doveroso riassumere il tutto come una ricerca di valori ARTIGIANALI, frutto di tradizioni e maestria localizzate sul territorio Italiano; purché tale/i valore/i venga ripreso e adattato dal designer con esperienza, senza scostarsi da una identità di prodotto INDUSTRIALE. Questa almeno vuole essere UNA interpretazione di Made in Italy ma siamo aperti, anche su questo punto, ad altre interpretazioni proposte dai partecipanti stessi.
La finalità della nostra richiesta “Made in Italy” è sempre il “Valore”, non inteso come valore economico ma più compiutamente come valore storico, culturale e/o concettuale. L’uso di anche un solo materiale brevettato ITALIANO, è sicuramente un buon modo per iniziare in quanto frutto indiscusso di quel valore a cui siamo interessati. Tuttavia la questione di riuscire a valorizzarlo con correttezza è sempre lasciata al Creativo che lo saprà interpretare.
Realizzare un prodotto con un materiale “italiano”, non ha quindi un reale valore se il progettista non riesce ad esprimere le caratteristiche di unicità di tale materiale nel prodotto stesso.
Per approfondire in fine la nostra idea di “Made in Italy” teniamo a precisare che, al di la dei materiali, anche la sola identità del progettista e il suo stile personale possono essere un valido valore “made in Italy” purché visibili ed evidenti. Come questo possa essere mostrato, e che relazioni può avere col territorio italiano, appartiene a quella parte di ricerca espressiva implicita nel bando stesso.
Il nostro più sentito suggerimento è sempre quello di fermarsi un attimo ad osservare la propria realtà individuale e territoriale.
Il Modulo A da allegare al progetto prevede, in caso di gruppi, la possibilità di indicare fino a 6 persone (capogruppo + 5). Questo valore è solo indicativo, in caso di gruppi più numerosi è necessario compilare il modulo A, da parte del capogruppo, lasciare vuoto lo spazio dei membri e indicare sul fondo “elenco componenti del gruppo in allegato”. Allegare quindi un foglio con i nomi e i CF di ogni membro del gruppo (salvo restando la compilazione del modulo B per ogni membro).
Lo scopo del concorso è individuare 10 progetti per integrare e definire la prima collezione dell’azienda. I Designer dei progetti selezionati avranno la possibilità di creare un rapporto costruttivo e duraturo con l’azienda. Nel caso in cui vengano individuate più di 10 idee e/o persone valide, queste verranno comunque contattate in sede privata dall’azienda per discutere eventuali collaborazioni. Tutto dipenderà comunque solo ed esclusivamente dalla graduatoria raggiunta dai singoli partecipanti.
Presentare un’idea per il concorso conviene quindi anche per chi non dovesse rientrare nei 10 progetti finalisti.
Il progetto ILIDE nasce in collaborazione con aziende del settore elettrico. L’illuminazione rappresenta quindi un settore preferenziale per i progetti, ma intendiamo valutare e integrare la produzione anche con altri prodotti: sistemi modulabri e complementi d’arredo. Purché questi ultimi rispecchino sempre i concetti richiesti nel bando.
Come esposto nel bando è lasciata al progettista la scelta di come e quanto approfondire l’idea che intende presentare. La giuria del concorso è in parte composta da tecnici e specialisti del design che sapranno valutare a dovere la fattibilità o meno delle proposte. I disegni tecnici si rendono quindi necessari quando il progettista intende mettere in evidenza montaggi, tecnologie o soluzioni secondo lui di rilievo al progetto e non evidenti in altro modo, o quando ritiene di volerne sostenere (o suggerire) anche l’aspetto tecnico.
Resta comunque necessario quotare ogni progetto almeno sommariamente al fine di rendere evidenti le proporzioni reali.
Verranno restituiti (su richiesta) solo i prototipi formali dei progetti presentati, di qualunque materiale o in qualunque scala siano presentati. Tutto il resto, campioni di materiali compresi, non potrà essere restituito per posta ma solo ritirato di persona.
Qualora non si voglia comunque aggravare la spedizione con campioni di materiale pesanti o ingombranti resta sempre possibile indicare aziende o produttori presso cui la giuria stessa potrà provvedere a richiederli e/o valutarli.
La giuria, attualmente, comprende: ingegneri, architetti, designer (iscritti ADI), membri dell’azienda, artisti. Eventuali membri aggiuntivi verranno inseriti in base al riscontro che l’iniziativa avrà e alla caratteristica dei progetti presentati. Se ad esempio molti progetti verteranno su un materiale o su questioni di illuminotecnica, verranno ricercati e aggiunti esperti di quel materiale o settore. I nomi definitivi della giuria verranno comunicati successivamente su questo sito verso la data di chiusura del concorso.
Non esiste un punteggio minimo nel voto di valutazione. Riteniamo comunque che un buon progetto, per avere possibilità di essere tra i 10 selezionati, dovrebbe superare almeno i 60punti.

Era un periodo della mia vita in cui mi ero detto “scappa dall’Italia” ed ero scappato, a New York, Manhattan, dove ho vissuto per diversi mesi. Pensavo che una volta arrivato dall’altra parte del mondo il libro della mia vita si sarebbe concluso con un “e visse per sempre felice e contento”. Ma quando fui là, ero ancora io. Erano cambiati i posti, le persone, le storie e anche i problemi, ma questo non vuol dire che fossero migliori, erano solo diversi.
Quel giorno, non ricordo bene se sulla 4a o la 5a avenue, passai davanti a un negozio con una bella insegna “Italian Light Design”. Mi ero laureato da poco in Ingegneria ma stavo già pensando a specializzarmi in design di prodotto (per dar sfogo a quella parte creativa di me che non trovava quiete nei rigori delle scienze), pensai quindi che una rispolverata di made in Italy non mi avrebbe fatto male. Entrai in quel negozio entusiasta di rivedere vecchie e nuove forme partorite dalla genialità di miei “paesani”, ma ne uscii deluso. Le aziende che esponevano erano le solite note al Design Italiano, ma i nomi che capeggiavano sui prodotti non avevano niente della mia terra o della mia cultura. Erano i soliti Philipe, Ros, Karim, Mark, Erik ecc… Conoscevo poi di quelle aziende alcuni Product manager per cui sapevo bene che anche il materiale non era Italiano; acciai o polimeri Cinesi, assemblati in Turchia per la maggior parte, nella migliore delle ipotesi l’elettronica era giapponese.
Nel loro insieme quelle forme gradevoli e ben sviluppate, avevano dell’Italia solo il proprietario dell’azienda e, cosa non ancora trascurabile, la cura dei dettagli. Ma ne rimasi comunque amareggiato. Aziende così grandi e con una così grande forza sul mercato non facevano lavorare che poche persone Italiane per curare quella produzione e sostenevano poco il valore “made in Italy”, che si erano imposti, rinunciando ai ceramisti, ai vetrai, agli stampatori, ai fornitori ecc… della terra di cui usavano largamente il nome.
Non capivo allora come si potesse parlare di Made in Italy, se l’idea non era nata in terra Italiana o da una sensibilità Italiana, se i materiali non erano stati estratti dall’Italia, lavorati dai suoi maestri e assemblati dai suoi artigiani. Eppure questo sembrava non importare a nessuno, se non a quella parte inconscia dell’Italia che non era più in quelle cose.
L’anno dopo mi trasferii a Milano per conseguire il Master in Design che da tempo mi ripromettevo di fare, contemporaneamente lavorai come consulente per un’altra nota azienda di Design, molto nota diciamo, da rivista… anzi, da tante riviste. Qui il titolare fu più spregiudicato e ai suoi prodotti impose il “100% made in Italy”, ma anche qui i nomi su cui investiva non erano certo “Rossi o Tommasi”, quasi a ripetere un copione già visto Philipe, Ros, Karim, Mark, Erik ecc… A dire il vero c’era anche qualche Italiano, ma di quelli giusti, di quelli che il talento una volta ne avevano da vendere, ma ora gli bastava il nome senza scomodare anche il talento. Il materiale? solito discorso, solito posto, sempre Cina.
In quegli anni iniziai seriamente a interrogarmi sull’identità del Design Italiano e arrivai quasi a dubitare che esistesse. Come diceva Munari: “il Design è una valigia, ognuno ci mette quello che vuole” e l’identità dello stesso non è una cosa di cui si ama dibattere in economia.
Ma un giorno, fu un Maestro e un amico a farmi ritornare sui miei passi e lo fece con un esempio, una sera in un caffè di Milano.
“Noi Italiani siamo sempre stati povera gente” – mi disse -
“Prendi un bambino povero e un bambino ricco e mettili davanti ad una vetrina di giocattoli. Il bambino povero guarda dalla vetrina la macchinina che non può comprare, poi tornando a casa incomincia a sognarla, pensandola e ripensandola, alla fine prende una lattina, qualche tappo, un po di carta e piano piano costruisce la sua macchinina o forse qualcosa di nuovo, lavorandoci per giorni, finch’è creare diventa il gioco stesso e la macchinina solo una scusa. Il Bambino ricco invece entra nel negozio, compra la macchinina, la usa e dopo un po la butta. Questi due bambini diventeranno entrambi grandi, ma uno saprà costruire una macchinina e l’altro saprà solo usarla. È questo che ha fatto grande il design Italiano, viviamo in una nazione che è una vetrina di storia e cultura, non possiamo più permetterci i suoi giocattoli, ma possiamo ancora sognarli e, se siamo bravi, anche reinterpretarli”.
Devo dire che M. era sempre un po poetico nei suoi discorsi, ma di anni ne aveva vissuti, aveva conosciuto i più grandi nomi del design Italiano e quando iniziava a parlare dell’argomento non lo fermava più nessuno. Aneddoti, storie e parabole… fino a perdere il filo di ogni discorso. Stava poi a chi lo ascoltava rimettere insieme i pezzi e trarne valore.
Però l’esempio mi piacque molto e lo feci mio, gli anni successive li dedicai alla ricerca di “ex-bambini poveri” ora diventati grandi.
A Vicenza conobbi un’azienda di ceramiche che tra i suoi operai annoverava alcuni giovani artisti che avevano studiato a Venezia. Lavoravano da anni allo studio e alla personalizzazione delle ceramiche al punto che ora le loro piastrelle erano veri e propri capolavori di stile e tecnica; smalti metallici abilmente dosati a creare effetti di rilievi casuali, misture di polveri a creare texture che loro chiamavano con nomi tipo: “ali di farfalla”, “raggio di luna” ecc… Oggetti bellissimi, al costo poco superiore ad una comune piastrella. Con loro realizzai un progetto per finiture di Interni e lasciai sbalordita l’azienda che mi aveva commissionato il lavoro, consolidando con essa una collaborazione che continua tutt’oggi.
A Treviso Incontrai Alberto, un ex falegname “con la 5a elementare”, come amava ricordare lui stesso, ora imprenditore di successo. La sua idea, un brevetto tutto italiano, gli ha permesso di reinterpretare un materiale antico quanto la Terra: il legno. Attraverso processi meccanici riesce a flessibilizzare fogli lignei rendendoli resistenti, flessibili e cucibili. Adatti a rivestire superfici, ma anche a realizzare scarpe di legno, cinture, cuscini o porte di legno solide alla vista e morbide al tatto. La sua idea e il suo materiale hanno aperto infinite possibilità ai creativi che hanno saputo valorizzarlo. Recentemente è apparso anche in Televisione, lavora con grandi firme del design Italiano e non nega mai la sua disponibilità a collaborare a nuove e imprevedibili idee. “Vieni a trovarmi” – mi ha detto un giorno – “ti faccio vedere tante di quelle cose che tu per 10 anni continuerai ad avere idee” – e così è stato. Ancora oggi mi sogno i suoi materiali e le possibilità che presentano. Ora sta scrivendo la sua biografia, si intitolerà “Fango e Marmellata”, mi ha detto, e già dal titolo so che sarà un successo.
A Matera, Tra i “Sassi” della città vecchia ho conosciuto artigiani eccezionali in grado di lavorare le pietre tipiche del posto con tecniche e tradizioni secolari. Uno di loro, Lorenzo, un ragazzo di 25 anni, mi ha mostrato come ottenere spessori sottili da alcune pietre porose, fino a renderle a tratti traspiranti alla luce. Le lavorazioni che ha appreso da suo nonno gli permettono di ottenere una varietà di superfici e finiture impressionanti. Dice che sta cercando di applicarle all’industria del mobile anche se non sa bene come fare… Io invece una decina di idee le avrei.
A Murano ebbi la fortuna di entrare in una fornace dell’isola per uscirne consapevole di cosa significa essere Maestri Vetrai con la M e la V maiuscole.
Eccetera, come si dice in questi casi per tagliar corto.
Perché di storie di questo tipo potrei continuare a raccontarne all’infinito, sono parte di me, crescono con me ogni giorno e sono il più grande valore che posso portare ai miei progetti. Quando un cliente mi dice “vorremmo fare una cosa così, ma che sia innovativa”, di solito rispondo: “ho già qualche idea in merito”, ma dovrei invece dire: “Ho già conosciuto qualche idea in merito”.
Ora credo ciecamente nell’identità del Design Italiano, perché quando la realizzo non devo preoccuparmi della concorrenza cinese o di lavorare eccessivamente sulla “modernità”. Esiste intorno a me un universo infinito di maestrie e materiali, esclusivamente Italiani, incredibilmente preziosi e ricchi di innovazione, che spesso non devo far altro che mettere insieme i pezzi e aggiungere un po’ del mio stile e della mia sensibilità, senza per questo rinunciare a lasciarmi consigliare da chiunque.
Alcuni miei colleghi dicono che esagero con la mia idea di Identità Italiana, mi fanno notare che maestri e materiali innovativi esistono ovunque, e fanno parte di ogni cultura e di ogni popolo, presentano la stessa unicità e lo stesso valore di cui io amo parlare per l’Italia. Esistono materiali africani e grandi artigiani Cinesi, il mondo poi – mi dicono – va verso una contaminazione di stili e tendenze, un mercato globale, ignorare questi aspetti significa restare indietro.
È vero, la ricchezza è nel mondo e nelle persone che lo sanno capire, ma l’identità esiste e può essere un valore genetico della nostra società se la si accetta e la si valorizza.
Io credo che esista un’identità del design; un design spagnolo, un design svedese, un design tedesco… sono tutti modi diversi con cui si esprime la stessa intelligenza del pensiero umano, ma se dovessi definire l’identità del design italiano direi: intelligenza visibile ed equilibrio.
Noi Italiani abbiamo il dono innato dell’equilibrio, e credo che questo equilibrio derivi proprio dalla nostra terrà e dalla nostra cultura. Io non ho mai sentito un inglese o uno svedese discutere animatamente se un piatto di pasta ha un po’ troppo sale o è poco al dente, per molti americani, poi, discorsi di questo tipo sono solo un’eccentrica perdita di tempo. Ma per noi Italiani riuscire a equilibrare ogni cosa, anche un piatto di pasta, è una questione di orgoglio. Dedicare ore a cucinare un piatto per soddisfare un ospite è un modo per dimostrare affetto e amore, viceversa sbagliare un dettaglio è un po’ come offendere qualcuno.
Non esistono in realtà molte culture in cui si dedica tanta enfasi all’equilibrio formale e sostanziale dei dettagli, di questo noi italiani ne siamo consapevoli, e benché all’estero ciò sia ancora oggetto di battute e scherno, è vero anche che non smette di renderci orgogliosi. E non è solo una questione di gusti, a tanti può piacere il sushi o una fetta di strudel, ma è vero anche che a tutti piace un piatto di ravioli fatti in casa col burro e la salvia versati. Lo dico per esperienza, perchè ho lasciato entusiasti brasialiani, americani, tedeschi, giapponesi e spagnoli coi ravioli di mia nonna. La cucina di altre nazioni può piacere ad alcuni e ad altri no, ma a tutti piace la nostra cucina e se chiedi ad un cuoco italiano qual è il suo segreto probabilmente ti risponderà: “equilibrio”.
Se il discorso si sposta dalla cucina ad Design di prodotto, cambiano i protagonisti ma non il senso della storia. I prodotti che hanno fatto reale l’identità del nostro Design sono quelli che riuscivano a bilanciare funzione, estetica e tecnica, senza eccedere nell’una o nell’altra cosa. Come un piatto di pasta al dente, con un grano selezionato da secoli, il giusto sale e senza troppo sugo. Chi direbbe che è sbagliato?
Esistono però alcuni designer molto famosi (Philipe Stark, Karim Rashid, Zaha Hadid… ad esempio), che hanno avuto la capacità di estraniarsi da un identità locale per svilupparne una fortemente individuale. Se si dovesse ricercare per loro un’identità nazionale si potrebbe dire che Philipe Stark vive nel paese dei Balocchi, Karim Rashid nel mondo dei coniglietti rosa e Zaha Hadid forse su un’astronave aliena. Ma in ogni caso, che piacciano o meno, è innegabile la loro abilità nel generare e mantenere un’identità unica dalla quale, a comando, estraggono forme prive di ogni precedente e quindi in grado di stupire.
Molti giovani designer pensano di rimando che sia quello il passo da fare: creare il proprio mondo e valorizzarlo fino a renderlo noto a tutti.
Sebbene l’identità individuale di un creativo sia un patrimonio indispensabile e da coltivare, è vero anche che quando questa identità diventa più forte del proprio lavoro sostiene un valore effimero e non sempre economicamente sostenibile, specie quando la fama del suo ideatore va a ridursi col tempo.
Risultati validi nel design, soprattutto per le aziende, si ottengono invece quando si integra lo studio di un prodotto con la consapevolezza di un’identità individuale e territoriale. Questo percorso progettuale è forse più difficile e meno adatto alle luci della ribalta, tuttavia, se apportato con consapevolezza, permette alle aziende coinvolte di generare oggetti che non hanno solo un valore formale o nominale, ma integrano un contesto di valori solidi e oggettivi difficilmente riproducibili altrove perchè frutto di sinergie localizzate in un territorio e apprezzabili ovunque. Tali valori possono durare nel tempo e non dipendono dalla notorietà di chi li ha creati, ma solo dalla sua abilità nell’averli valorizzati.
Dal proprio territorio ogni mente creativa può ricevere idee e restituire valore al territorio stesso.
Noi italiani abbiamo in fine il vantaggio di vivere in un territorio che racchiude in poco spazio oltre il 70% della cultura mondiale. Vivere in questo ambiente ci conferisce inevitabilmente una particolare propensione nel percepire gli equilibri formali e sostanziali delle cose, ci rende eredi di un passato che, se alimentato di generazione in generazione, continuerà a stupire e arricchire il mondo. Per un designer italiano rinunciare a valorizzare il suo territorio, non significa solo mostrare poca propensione a capire, ma preclude un percorso che può essere l’unica e vera via verso cui indirizzare le aziende per affrontare le sfide del mercato globale.
Va detto in fine che molte grandi aziende italiane hanno rinunciato da tempo ad una reale identità territoriale. Sfruttano invece il “made in Italy” fatto in Cina, unito a una decennale forza strategica, per dominare il loro settore. Un atteggiamento ragionevole da un punto di vista economico e competitivo, ma comunque frutto di un processo imprenditoriale che deteriora tutta la realtà creativa del paese, relegandola ad una sorta di “slogan” basato sulla forma più che la sostanza.
In risposta a questo sfruttamento senza investimento del logo Italia, il lavoro dei designer potrebbe (e forse dovrebbe) spostarsi verso realtà locali e imprenditoriali più piccole, aiutandole a generare valore per loro stessi e per tutte le altre aziende del territorio che possono concorrere a formare una qualità unica del prodotto. Questo processo di “concentrazione” e “localizzazione” creativa creerebbe forse un regime di concorrenza più leale e sicuramente di più grande utilità per tutti, almeno in Italia.
In fondo che valore può avere un pezzo di legno?
e un pezzo di legno curvato?
e un pezzo di legno italiano curvato?
e un pezzo di legno italiano flessibilizzato con brevetto italiano, infine cucito da sarti italiani?
Fermarsi alla seconda risposta può voler dire generare un prodotto di design.
Fermarsi alla terza risposta vuol dire generare un prodotto di design con materiale italiano.
Arrivare fino alla quarta risposta significa generare un prodotto di design italiano, unico e in grado di vincere la concorrenza.
Ogni creativo Italiano dovrebbe, a mio avviso, capire il valore di un’identità italiana per saperla poi esprimere in ogni cosa che fa; dal piatto di pasta al tavolo su cui servirla.




Light-Form is a modular lighting system consisting on a variable number of identical modules, completely dependent on each other, linked toghether to create a dynamic mosaic that interacts with the user who can create the desired light size, by manipulating the object and revealing game of light, shapes and contrasts. As the person start opening, the light is unveiled through bright emitting, or reflecting surfaces (one of the two), viceversa when the system closes the light is hidden.
This way the lighting system is integrated into the wall and the result is both a texture and a device. The possibility of completly reverse the colour of the surface, produce a timeless game: “creating” a pattern by manipulating the folding tiles of each modular panel at any time. By choosing the kind of material and the quantity / quality of light the user can custom his space in the more suitable way for the moment.
Where installed, the light is integrated in the existing construction material, and becomes a variation of it. The manipulation of the structure creates shades of different qualities.
The idea calls in mind the miners. Breaking away the dark material to obtain “precious” light.
The prototype of LIGHT-form, has been presented for the first time during last design week in Milan (14-19/04/2010). The product is awaking a considerable interest worldwide and will be available by December 2010.
Light-Form is made with an innovative technology of flexible wood (Italian patent), which will make the dark side of light-FORM in wenge wood and the withe side in European Maple. The modular panels can be combined in various ways (differen moduls will be available) adding to the game the emotion of natural wood and the purity of OLED light.
The product will be distributed by Italian company ILIDE (Italian Light Design), in 1mx1m modules with different configurations wich can be easly assembled to cover every surface.
For information pls. contact directly the company ILIDE: info@ilide.it